Il segno uguale se lo giri sembra un muro
Ti va di raccontarci un episodio della tua vita che ritieni particolarmente importante per te?So che non è buona educazione rispondere ad una domanda con una seconda domanda, ma in questo caso davvero non posso evitarlo: importante in senso positivo o negativo? La mia richiesta può sembrare banale e indurre ad una risposta del tipo «come vuoi tu»… ma è bene chiarire una cosa, allora, prima di risponderti. Le esperienze che stanno intorno ad una transizione di genere sessuale – quindi sia delle persone interessate, sia di chi “interagisce” o “reagisce” alla transizione altrui – sono quasi sempre “estreme”. Estremamente belle, estremamente brutte. Entusiasmanti o deprimenti. Euforiche o disforiche (non a caso la nostra condizione è considerata psichiatrica con il nome di “Disforia di Genere”). E il motivo è molto semplice, Roberto. Pensa ad una mamma con la carrozzina o – ora che esiste l’ecografia – con il pancione… e cerca di far mente locale su quale sarà la domanda più frequente che questa donna riceverà. Hai poco da pensarci. La domanda sarà inequivocabilmente un: «È un maschio o una femmina?» o, addirittura, «Sarà un maschio o una femmina?», con un investimento emotivo persino in un futuro su cui neppure le ecografie possono dare risposte certe (mio nipote doveva essere nipotina secondo più d’una ecografia e invece nacque un vivacissimo, simpaticissimo maschietto). Sembra che noi esseri umani se non conosciamo il sesso persino di chi deve ancora nascere, non riusciamo ad interagire, a stabilire un contatto. Andiamo in confusione. Colpa anche di una lingua “sessista” per la quale non esiste alcuna forma di “neutro”… ma le lingue sono figlie delle culture e quindi colpa di una millenaria cultura “sessista” prima di ogni altra cosa al mondo.
Allora noi persone transgender andiamo a mettere in discussione praticamente l’unico valore condiviso del 99,9% dell’umanità… Questo spiega, «madre di tutte le guerre», lo stigma o la «pietas», la paura o la mitizzazione della nostra condizione, la difficoltà del percorso, l’incomprensione delle persone fino a quel momento a noi più care contro cui abbiamo poco linguaggio da contrapporre se non la nostra stessa esistenza, la nostra stessa esistenzialità. Termine che preferisco ad «essenza» pur essendo un termine un po’ sgrammaticato, ma che spiega meglio il concetto di “condizione esistenziale” che sta dietro, anzi dentro le persone che scoprono di avere una identità di genere difforme dal proprio sesso biologico.
Difficile quindi che le esperienze di noi persone transgender conoscano – nostro malgrado – i toni del grigio, i colori tenui, il «pastello». Siamo obbligatoriamente vittime del «bianco» o del «nero», dei colori primari, delle brucianti opposizioni dell’acrilico in pittura.
Una cosa è certa. Mi sarebbe più facile rispondere, nel bene e nel male, al cosa mi ha più sorpresa nel percorso di transizione. Una risposta la posso anche accennare: nel bene i bambini, gli anziani e i cosiddetti strati sociali più umili e semplici, Nel male: il mondo del lavoro (non che non me l’aspettassi come elemento negativo ma non così prepotentemente violento), la vergogna ed il ripudio ipocrita di amici e familiari, la cosiddetta “intellighentia”.
Hai parlato di “genere”, di “transegender”. In questi giorni la stampa ci ha bombardati con “trans”. Ci aiuti a fare un po’ di chiarezza? Questa nostra benedetta lingua sessista, come giustamente dici tu, ci pone dei limiti. In maniera semplice e comprensibile a chi non è “del campo”, ci puoi chiarire un po’ la terminologia?
Certo, hai ragione. Un minimo di “glossario” perché tutti possano capire:
Transessuale è il termine che fu utilizzato dal dott. Harry Benjamin nel primo libro sul transessualismo appunto, “Il fenomeno transessuale”. Con questo termine si indicavano quelle persone che sentivano una totale disindentificazione con il proprio sesso e vivevano come “donne imprigionate in corpi di uomini” o viceversa “uomini imprigionati in corpi di donne”.
All’epoca non si teneva gran che conto delle diverse sfumature che l’identità di genere può assumere in una persona. Per quanto rivoluzionario, il libro non usciva dalla logica secondo cui esistono solo due sessi, due generi… L’unica novità era che il genere non era più necessariamente immutabile.
Transgender nasce come termine ombrello dal movimento “trans” ed anche come un termine “non medicalizzato” ma più corretto: nessun essere umano può cambiare sesso (ovvero il patrimonio genetico), ma solo il genere, ovvero la percezione del proprio sesso. Gender vuol dire Genere.
In Italia si fa gran confusione su questo termine e spesso viene usato con una semplificazione al limite della falsità, ovvero transgender come transessuale non operata/o ai genitali. In realtà il termine è inclusivo di tutte le differenze interne alla realtà trans… Quindi la operata, la non operata, ma anche altre sfumature “minori” di non identificazione con il proprio stereotipo di genere (quello che ci si aspetta che un uomo sia e si comporti, o una donna sia o si comporti)
Transizione è il termine che si usa per definire il processo di adeguamento ormonale e/o chirurgico che modifica l’aspetto della persona da un genere all’altro ed anche l’inizio della vita pubblica nel genere opposto al sesso in cui si è nate o nati.
Trans è un semplice diminutivo di entrambi i termini
Viados è un termine molto offensivo in origine: deriva da Desviado o Transviado.. deviato, traviato… Poi le trans brasiliane l’hanno stravolto nel significato e dicono che deriva da “veado” che in brasiliano significa cerbiatto. Resta un termine offensivo da non usare
She Male è un termine nato nell’industria pornografica… e.. ho detto tutto (come diceva Peppino in “Totò, Peppino e la malafemmina”).
Una cosa importante che ancora oggi separa la scienza dal movimento. Una persona che transiziona da maschio a femmina, per la scienza è “un transessuale” MtF, ovvero “Male to Female”, da Maschio a Femmina o ”androginoide” e una persona che transiziona da femmina a maschio è “una transessuale FtM (stessa sigla “girata” al contrario) o “ginoandroide (la fantascienza non c’entra…)
Da sempre il movimento si batte perché non il sesso di origine, ma il genere in cui si vive sia da considerare nella declinazione di genere. Quindi “la trans Mirella” e non “il trans Mirella” .. anche perché da un punto di vista linguistico il tutto determina assurdità lessicali… “Il trans Mirella è andato a far la spesa” o “è andata”?. Molto più semplice e rispettoso “la trans Mirella è andata….” o “Il trans Michele (che è nato femmina) è andato”. Ammesso e non concesso che sia sempre necessario specificare il fatto di essere “trans”.
In alcune circostanze è essenziale, in molte altre per niente… ma in Italia siamo abituati a queste semplificazioni irrispettose… “Il marocchino Abdul è tornato al suo paese dopo 10 anni di vita in Italia” ha senso” mentre “un marocchino uccide un anziano signore” è solo discriminatorio perché se fosse stato un “italiano” o anche un “occidentale in genere” ben difficilmente il paese di origine sarebbe stato riportato nei titoli… La nazionalità è un dettaglio irrilevante in un omicidio… ma se si tratta di notizie che mettano in cattiva luce i marocchini, ecco che questo dato entra nei titoli dei giornali. La stessa sorte subiamo noi.
Il recente caso di Sìrcana è eclatante. I giornali titolavano che il portavoce di Prodi fosse stato fotografato “in compagnia di un trans”. La notizia avrebbe dovuto essere che è stato fotografato con una prostituta e semmai trans come aggiuntivo e non con un(A) trans tout court… Non tutte le trans sono nella prostituzione. Ormai sono una minoranza, seppur ancora troppo alta. “Nessuno avrebbe scritto: “in compagnia di una donna” se la prostituta fosse stata “genetica”, proprio perché non esiste lo stereotipo “donna = prostituta” ma esiste “trans = prostituta” (o, peggio, prostituto). Nessuno si pone il problema in ambito giornalistico che scrivere “trans” includendo il significato di prostituta è un’offesa alle migliaia di ragazze transgender che hanno fatto 10 volte più fatica a trovare un lavoro diverso dal prostituirsi, rispetto a chi è nata donna.
Ho scritto “genetica” prima.. Bene.. approfitto per arricchire il glossario “trans”… Noi chiamiamo “genetiche” o “genetici” le donne e gli uomini nati tali… Noi siamo donne transgender, chi è nata donna è donna genetica.
Nel tuo commento al mio post GLBTQ, tu proponevi di aggiungere la I di intersessualità… cioè?
Beh le persone intersessuate subiscono in Italia una rettificazione genitale entro il primo anno di vita. Ben ben prima che si sviluppi la loro vera identità di genere. E sono persone nate con patrimonio genetico misto o con caratteristiche sessuali di entrambi i sessi (la medicina li chiama “pseudoermafroditi”), dove quindi è ancora più difficile immaginare quale sarà, da adulti, il loro sesso psicologico, la loro identità di genere. Conosco più di una persona intersessuata che è stata assegnata come “donna” con la chirurgia nell’infanzia (rimosso quindi un seppur piccolo pene!), che ha poi sviluppato una identità maschile. Pensa che crimine è stato commesso nei loro confronti! Quale criterio scientifico possiamo usare ad un anno di vita riguardo l’identità di genere che svilupperà una persona nata intersessuata? Nessun criterio a meno di non considerare l’essere umano una macchina non dotata di psiche, di un proprio specifico individuale in cui è compresa l’identità di genere. E la percentuale di bambini che nascono intersessuati non è poi così bassa… Uno su 2000!
Non si può continuare in questo modo: si creano a tavolino future persone transessuali con decisioni assolutamente arbitrarie, solo fisiche o genetiche.
Infine molte persone intersessuate a cui non è stata nascosta la loro origine, trovano una soluzione al loro disagio scegliendo di NON APPARTENERE né all’uno né all’altro sesso. Il loro è un equilibrio “misto” e così si sentono di vivere. Altri invece si sviluppano con un’identità di genere precisa... ma si sviluppa nell’adolescenza, non certo ad un anno di vita!
Allora con gli intersessuati, noi transgender abbiamo molto in comune. Loro hanno anche una sorta di “marker” fisico, noi no o perlomeno non risulta allo stato attuale delle conoscenze. Bisogna anche dire che ben tre studi seri che hanno analizzato il cervello di persone trans hanno dato nel 100% dei casi la stessa risposta: il cervello delle persone trans nate maschi e diventate donne è per morfologia e attivazioni sovrapponibile a quelli delle donne nate tali. E la stessa cosa è stata riscontrata nei casi di trans da Femmina a Maschio.
Al di là di questi studi, le persone intersessuate hanno precisi obbiettivi e sono parte integrante del movimento “trans” (e noi del loro): loro si battono contro l’assegnazione del sesso alla nascita e perché sia loro consentito, nel caso non sentano di avere una identità di genere precisa, di non scegliere.. di appartenere ad un “terzo” sesso. Cose non da poco e che sono condivise dal movimento trans in tutto il mondo. Ci sono gruppi di intersessuati che includono persone transgender e viceversa. Certo non in Italia… In Italia si tende a non dire mai alle persone intersessuate come sono nate, anche di fronte a disagi di genere della persona… e comunque vi è troppa vergogna di essere intersessuati, come se essere “maschi” o “femmine” fosse un valore in sé e per sé. Per questi motivi la “I” di intersessuato dovrebbe far capolino nelle nostre istanze, nei nostri Pride. Offrire un’accoglienza a chi volesse uscire, fra le persone intersessuate, dall’obbligo di “fingersi” come assegnati alla nascita!
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