Il segno uguale se lo giri sembra un muro
Non si può che essere contenti delle otto nomination con cui Milk, la pellicola di Gus Van Sant, arriva al verdetto della notte degli Oscar. Certo, mi sono detto, la statuetta giusta per quel film non c'è. Ci vorrebbe quella alla militanza, al coraggio, al carisma. E a concorrere ovviamente dovrebbe essere Harvey Milk in persona. Ed è per questo, forse, che l'Academy già una ventina d'anni fa - ve ne parlai in un post - assegnò una statuetta al documentario di Rob Epstein "The Times of Harvey Milk". Tuttavia, ad essere sinceri, se volessimo sezionare la pellicola di Gus Van Sant coi bisturi del cinefilo (non importa scomodare l'esperto) temo non caveremmo molta polpa. Eccetto, naturalmente, l'esemplare vicenda del protagonista.
Voglio sorvolare su quelle Budweiser che si sollevano all'unisono nei comizi - manco fossimo in una fiction di Raiuno sponsorizzata dalla birreria di viale Mazzini - e soffermarmi sulla perplessità che mi si è conficcata più a fondo: la storia di Harvey Milk è innanzitutto il racconto di un contrasto tra una neonata comunità gaylesbica e il contesto religioso e conservatore in cui è inserita. Un bel gruppo di americani che, per intenderci, vede negli omosessuali la reincarnazione del demonio: e questo per gli stili di vita, da un lato, e le pratiche sessuali dall'altro. Ho banalizzato molto ma voglio arrivare al punto: il problema di "Milk" è che stili di vita e pratiche sessuali di quella comunità - nel film - sono grossomodo gli stessi dei conservatori. La rappresentazione dell'omosessualità avviene attraverso
coppie stabili, nessun rapporto occasionale, niente droga, poco alcol. Se si scopa si va a letto e la telecamera arriva solo quando tutto e finito e - col lenzuolo rimboccato e per nulla sgualcito - ci si fuma la sigaretta del "dopo". Intendiamoci: non volevo vedere Sean Pean alle prese con una trionfale fellatio, non sono alla ricerca della "carnazza". Mi chiedo però che senso abbia raccontare quel contrasto tra culture se poi il contrasto non lo si rappresenta. Lungi da me tener la parte degli ayatollah del crocifisso, ma il loro indignarsi per la promiscuità sessuale non era frutto di un'allucinazione collettiva: i gay erano davvero promiscui. Ed è la libertà di esserlo che Milk in un certo senso rivendicò. Non quella di tagliarsi barba e capelli e infilare il vestito buono: quello piuttosto l'ho letto come un sacrificio. Insomma, mi sembra tutto un po' disneyano. Di quelle cose che le guardi e ti chiedi: "Perchè poveretti ce l'avevano con loro?". Eppure...
Amante come sono del politically uncorrect, attendo un'altra pellicola a tematica altrettanto applaudita nelle grandi vetrine. Direttamente dagli applausi scroscianti del Sundance Festival arriverà in Italia a fine febbraio "I Love You, Phillip Morris": questa volta l'amore scocca in carcere, tra i due protagonisti interpretati da Jim Carrey e Ewan McGregor. Anche questo film è tratto da una storia vera: quella di Steven Russell e Philip Morris, entrambi ancora vivi, il primo ancora in carcere mentre l'altro ha già riscattato la libertà. Le prime recensioni parlano di un flim che aggira la "politeness" tipicamante usata su questi temi, e alla fine, assicurano, lascia il retrogusto di una grande storia d'amore. I due protagonisti, tra l'altro, hanno rilasciato una lunga intervista in cui dicono di quest'esperienza cose decisamente interessanti.
Vincenzo, cancelli almeno i commenti di chiaro stampo omofobo? Vedi Giovanni Talleri.
Due che limonano causerebbero stupri, delitti e porcherie varie? Mi ricorda la storiella del poliziotto per ogni bella ragazza...
Secondo me, e mi ripeto, ognuno dev’essere libero di fare di se stesso ciò che crede purchè non leda la libertà degli altri, dall’aborto al suicidio. Ognuno secondo i propri istinti può fisicamente unirsi con chi vuole. Almeno del suo corpo è il padrone assoluto e ne può disporre. Ma vivendo in una collettività di tantissimi “ognuno” con istinti, pensieri, sentimenti, gusti diversissimi come le impronte digitali, costui/costei deve, nel rapporto con gli altri, osservare alcune regole morali, cioè di costume, di comportamento sociale. Proprio quelle regole che ha potuto e voluto imporsi secondo l’esperienza vissuta in millenni di vita tra sofferenze e godimenti e che hanno pure prodotto il senso del pudore e dell’intimità. Non è infatti che il desiderio d’intimità e il senso del pudore siano istintivi: si sono formati per convenienza, per necessità del bene collettivo.
A chiudere dirò che, secondo me, un maschio e una femmina che si baciano lingua in bocca per strada o in un locale in mezzo alla gente sono due persone prive di pudore, al livello degli animali. Infrangono la regola dell’intimità, del rispetto della personalità altrui. E non sono regole da moralisti bigotti, a parte che nell’essere umano c’è qualcosa di spirituale che manca alle bestie: sono regole pratiche che servono ad evitare ciò che ai nostri giorni si sta sempre più verificando: stupri, delitti e porcherie varie, in mezzo a gente scontenta, invidiosa, gelosa Immaginiamoci poi due maschi con peli, barbe, muscoli, che si baciano e teneramente si accarezzano e magari vicendevolmente si masturbano sulla panchina di un giardino. Sono fuori dalla norma della natura, sono anormali e perciò fuori dalle leggi della morale.
Ora invece, purtroppo, queste situazioni anormali pretendono pure di essere pubblicizzate, non si accontentano che venga riconosciuto e rispettato il loro stato, ora chiedono, vogliono che gli siano riconosciuti gli stessi diritti della normale famiglia di papà, mamma, figli. Ora vogliono dare spettacolo di sé. www.giovannitalleri.it
Secondo me, e mi ripeto, ognuno dev’essere libero di fare di se stesso ciò che crede purchè non leda la libertà degli altri, dall’aborto al suicidio. Ognuno secondo i propri istinti può fisicamente unirsi con chi vuole. Almeno del suo corpo è il padrone assoluto e ne può disporre. Ma vivendo in una collettività di tantissimi “ognuno” con istinti, pensieri, sentimenti, gusti diversissimi come le impronte digitali, costui/costei deve, nel rapporto con gli altri, osservare alcune regole morali, cioè di costume, di comportamento sociale. Proprio quelle regole che ha potuto e voluto imporsi secondo l’esperienza vissuta in millenni di vita tra sofferenze e godimenti e che hanno pure prodotto il senso del pudore e dell’intimità. Non è infatti che il desiderio d’intimità e il senso del pudore siano istintivi: si sono formati per convenienza, per necessità del bene collettivo.
A chiudere dirò che, secondo me, un maschio e una femmina che si baciano lingua in bocca per strada o in un locale in mezzo alla gente sono due persone prive di pudore, al livello degli animali. Infrangono la regola dell’intimità, del rispetto della personalità altrui. E non sono regole da moralisti bigotti, a parte che nell’essere umano c’è qualcosa di spirituale che manca alle bestie: sono regole pratiche che servono ad evitare ciò che ai nostri giorni si sta sempre più verificando: stupri, delitti e porcherie varie, in mezzo a gente scontenta, invidiosa, gelosa Immaginiamoci poi due maschi con peli, barbe, muscoli, che si baciano e teneramente si accarezzano e magari vicendevolmente si masturbano sulla panchina di un giardino. Sono fuori dalla norma della natura, sono anormali e perciò fuori dalle leggi della morale.
Ora invece, purtroppo, queste situazioni anormali pretendono pure di essere pubblicizzate, non si accontentano che venga riconosciuto e rispettato il loro stato, ora chiedono, vogliono che gli siano riconosciuti gli stessi diritti della normale famiglia di papà, mamma, figli. Ora vogliono dare spettacolo di sé. www.giovannitalleri.it
Il film è, dal punto di vista tecnico, un bel film indipendente, girato perbenino. Van sant è una maestro e non mi aspettavo niente di meno che un bel film. Si sente la sua partecipazione emotiva e ideale alla vicenda narrata. Ciò che non convince è l'epurazione. Epurazione nel senso di rendere puro, senza sbavature, trasparante, un essere umano imperfetto, contraddittorio, luminoso e misterioso come tutte le persone. Insomma, Van Sant non gira un film biografico, non ci presenta una persona, un militante. Ci consegna un'icona. Un'immagine della realtà bidimensionale. Peccato. Non è qui, nell'illusione di essere stati ieri come vorremmo essere oggi la forza dei movimenti di liberazione sessuale. IMHO.
a leggere sti commenti mi avete fatto venire dei dubbi ma mentre vedevo il fim ero contento mi è sembrato un bel racconto ben recitato di una bella politica come piacerebbe e insomma a sto punto sarei curioso di cosa ne dicono i gay californiani
Ops, volevo mettere un link ma ho fatto casino:
http://noirpink.blogspot.com/2009/01/milk-di-gus-van-sant-una-storia-attuale.html
@ Gabriele:
Non rivendico né rinnego la promiscuità. Penso solo che ogni persona sia libera di vivere la propria sessualità come meglio crede (ovviamente con altre persone consenzienti eccetera eccetera). Sei felicemente monogamo? Felice per te. Batti allegramente i bagni pubblici? Felice per te. Non mi ergo certo io a giudice dei comportamenti sessuali altrui.
Per questo non rinnego i gay promiscui, come, d'altra parte, non rivendico la promiscuità. Ognuno è libero di fare quel che vuole.
In questo contesto, voler cancellare la vita sessuale promiscua di alcune persone (eliminando sostanzialmente da un film su un uomo che promiscuo lo era eccome; o festeggiando la chiusura di un luogo dove il sesso promiscuo lo si faceva) solo per far passare un'immagine più accettabile è secondo me un atto di perbenismo e di intolleranza.
Comunque il film l'ho visto anch'io e questa assenza della sessualità l'ho sentita anche io (ne parlo qui:<a href="http://noirpink.blogspot.com/2009/01/milk-di-gus-van-sant-una-storia-attuale.html">link</a>). Sembra assurdo cancellare l'elemento sessuale da un film che tratta proprio delle discriminazioni compiute a causa della sessualità. I gay venivano massacrati di botte mentre battevano, non mentre sfrerruzzavano per farsi il golfino nuovo...
anche a me il film, da un punto di vista strettamente cinefilo, non è piaciuto... ma onestamente non vedo così tanta edulcorazione nel rappresentare i gay...
certo il film è pensato per un pubblico generalista più che militante ma non mi pare che la rappresentazione dle personaggio milk e della comunità gay non sia priva di ombre...
Vincenzo, su questo sono d'accordissimo. Se si vuole mostrare una realtà, la si mostri realmente.
Io contestavo, più che altro, a PinkNoir un atteggiamento che sembrava rivendicare, orgogliosamente, proprio la promiscuità. Proprio San Francisco, con la piaga dell'Aids, dovrebbe essere un campanello d'allarme. Per gay, ma non solo. Io non sono né religioso né bacchettone, anzi. Mi sono divertito in passato e sono stato promiscuo. E sono d'accordo che se viene fatto un film su Bukowski o su Milk vengano rappresentati per quello che erano: uno un gran puttaniere e l'altro un gay promiscuo. Quello che stonava, per me, era questo attacco ai gay perbenisti. Come se volere una sessualità meno ostentata (vedi sesso in luoghi pubblici) e meno a rischio (vedi sesso all'interno della coppia) fosse un tradire il reale essere del gay. Era questo che non capivo. La tua spiegazione è, invece, chiara e condivisibilissima, come spesso mi capita di notare quando ti leggo.
Ciao
Il punto non è, secondo me, qual è il mondo a cui auspicano i gay, piuttosto la rappresentazione che dei gay si dà. Nei miei progetti per il futuro ci può anche stare il sogno di una vita di coppia felice ed appagata, ci mancherebbe. Il problema è che le argomentazioni a sostegno di questa aspirazioni non devono scendere, secondo me, al compromesso di "ripulire" l'identità dei gay da ciò che turba l'etero. Insomma il gay va bene solo se si comporta da etero. L'orgoglio gay è l'orgoglio della diversità e dell'autodeterminazione, che prende dentro tanto la pseudofamiglia omosex quanto il single incallito a cui piace passare la domenica in sauna (la promiscuità non è una prerogativa dei gay, tra l'altro) e che, naturalmente, non fa male a nessuno. Non mi sta stretta la rappresentazione di una coppia gay felice, piuttosto dissento da una rappresentazione di San Francisco - città che da lì a pochi anni si sarebbe avviata a conoscere in maniera devastante la piaga dell'Aids - in cui è sparito il linguaggio del corpo e la sua rivendicazione. Se Milk fosse un documentario - e non un film - inevitabilmente subirebbe il "limite" di quel racconto, perchè dubito esistano documenti che ritraggono due che si masturbano dietro a un cespuglio o uno che si fa una pera. Ma trattandosi di un film, quindi di un materiale "rimaneggiato", mi sarei aspettato uno sforzo maggiore nel ricostruire ciò che nel documentario evidentemente manca. La storia della "Tosca", poi, fa il paio con le Budweiser...
(da rep di oggi) ciao sabrina
Milk, il gay che cambiò gli anni 70
Tra i migliori registi in attività oggi, Gus Van Sant alterna film decisamente indipendenti con produzioni mainstream, più tradizionali e interpretate da star. Quel che è certo, è che non fa mai cose banali. Come in questo Milk, biografia dell´attivista gay "nominata" all´Oscar (e prima ai Golden Globes), sia come miglior film sia per l´interpretazione (davvero notevole) di Sean Penn. Compiuti da poco i quarant´anni, Harvey Milk si trasferisce con il compagno Scott nel quartiere popolare di Castro, San Francisco, che sta diventando porto franco per gli omosessuali, all´epoca apertamente perseguitati, picchiati, additati al pubblico disprezzo come pericolosi pervertiti. Gradualmente, si scopre una tempra di combattente e un forte istinto politico, un carisma di eroe per caso che lo obbliga a farsi paladino dei diritti della comunità gay. Bocciato più volte alle elezioni non si tira indietro, ma ritenta fin quando, nel 1977, è eletto nel "board of supervisors" (i consiglieri comunali) di Frisco, amministrata dal sindaco George Moscone. Da lì, promuove una battaglia civile per difendere i cittadini dai licenziamenti per orientamento sessuale; inoltre, deve parare i colpi dell´integralismo religioso rappresentato da Anita Bryant (una specie di Sarah Palin dell´epoca) e battersi contro un referendum statale che mira a cacciare dalle scuole gli insegnanti gay e chi li sostiene. Abile oratore, Milk affronta bene i dibattiti televisivi; ma soprattutto sa mobilitare le piazze, con l´aiuto di un gruppo di giovani militanti che ha convinto a sposare la causa. Anonimamente minacciato di morte, non sa che il vero pericolo viene da un collega, Dan White, altro consigliere eletto insieme a lui dietro la cui "normalità" di padre e marito esemplare si cela la follia.Scusate, da eterosessuale probabilmente sono ignorante e non capisco. Ma perché non vi va che i gay vengano rappresentati come coppie felici? Soprattutto, NoirPink, perché attacchi tutto ciò come perbenismo gay e vittoria degli "altri"?
A leggere la tua rabbia, mi verrebbe da essere cattivo e dire: "Ah ecco cosa è l'orgoglio gay. Non amare, voler bene, condividere la propria vita con una persona del proprio sesso. No, l'amore non c'entra, anzi, chi ama è perbenista. Essere gay significa essere orgogliosi di essere promiscui, essere fieri di fottere tutto ciò che cammina e che abbia un culo!"
Scusatemi, ma a leggere tutto ciò mi chiedo: "Ma non è che questa ghettizzazione ve la cercate un po'?"
Premesso che non ho ancora visto il film, a quanto racconti sembra proprio che abbiano vinto "loro": alla fine esistiamo anche "noi", ma per farlo dobbiamo essere come "loro".
Mi sembra che il perbenismo gay stia davvero dilagando, come dimostra (primo esempio che mi viene in mente) la vicenda della chiusura di Monte Caprino a Roma, con tantissimi gay a dirsi contenti...
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alle 13:28
Luca
Vince dice: "Se Milk fosse un documentario - e non un film ...". Credo che la risposta sia tutta lì: è un film e non un documentario. La drammaturgia di una storia deve seguire lo scopo (l'intenzione) e non la realtà di un particolare. Si fa notare che non c'è il lato "ludico-promiscuo" eppure la prima cosa che Milk dice al fidanzato appena conosciuto è: "ti insegnerò tutti i posti dove si batte" e il discorso spunta fuori di continuo nel film (quando Milk prova a darsi una ripulita, quando i due si lasciano, quando il protagonista ferma la gente per strada). Mi pare ovvia l'intenzione didattica di VanSaint creando u'icona, come dice Maurizio, e tralasciando (non omettendoli però) alcuni aspetti che in una struttura di scrittura sarebbero state zavorra. Il punto quindi è sempre quello: qual era l'intenzione dell'artista? A me è parsa un'intenzione didattico-emotiva. A me è parsa riuscitissima. Io c'ho mandato la mia famiglia in blocco, padre, madre, fratello e fidanzata del fratello. Mi hanno chiamato tutti, commossi, alla fine del film.