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Uno spot a sirene spiegate per mettere al bando l'omofobia. Il Ministero presenta la campagna: "Non essere tu il diverso"

Vincenzo Branà avatar Martedì 10 Novembre 2009, 23:10 in Considerazioni di Vincenzo Branà

Erano anni che il governo non produceva una campagna contro l'omofobia: questo va messo sul piatto come  primo fatto nel commentare l'iniziativa del Ministero presieduto da Mara Carfagna. Quindi - per dirla "bene" - quella lanciata due giorni fa, un mese dopo il disastroso nulla di fatto della legge Concia in Parlamento, è una campagna contro l'omofobia messa a punto da un governo di centrodestra e che gode dell'immediato vantaggio di non avere termini di paragone: prima di lei il nulla. 

Nessun confronto, quindi, ma qualche considerazione forse è il caso di farla comunque. 

«L'omofobia è una malattia dalla quale si può guarire» è lo slogan che hanno scelto. Corretto, per carità, sul piano strettamente semantico. Ma forse non del tutto chiaro, perchè di omofobìa parliamo in tanti, certo, ma io credo non tutti. Gli omofobi, ad esempio? E non pensiamo solo agli omofobi violenti, pensiamo a chi quella differenza la sente e "gli importa" (questa è le definizione implicita - e decisamente imprecisa - che lo spot dà dell'omofobia), anche se non la vive nella propria casa e nella propria vita, anzi è stato bravissimo, man mano l'incontrava, a tagliarla fuori. Questo ipotetico omofobo "inerte" parla di omofobia? Si definisce lui stesso omofobo? E, oltre agli omofobi, se pensiamo ad esempio agli anziani, numerosissimi nel nostro paese e spesso seduti davanti a un televisore, loro capirebbero se parlaste di omofobia semplicemente nominando la parola?

Una volta al corso di composizione di testi in italiano, all'Università di Bologna, fu chiesto agli studenti di comporre il testo di istruzioni a servizio degli utenti da apporre sulle obliteratrici degli autobus. Quando il docente - ed era Umberto Eco, non uno qualsiasi - lesse alcuni dei lavori dei ragazzi,  solo uno realmente lo convinse: "infilare il biglietto nella fessura e aspettare che faccia click". Gli altri - che nominavano tutti l'obliteratrice - furono scartati. Perchè, spiegò Eco, comprendere quella parola poteva diventare più complesso che svolgere le operazioni di convalida del titolo di viaggio. 

Certo, se avessimo voluto descrivere con precisione l'oggetto di cui volevamo parlare - senza affidarci perciò esclusivamente alla scarsa efficacia comunicativa della parola omofobia - avremmo dovuto in qualche modo rappresentare l'omosessualità. E qui arriviamo a quella che è, se ci pensate, la caratteristica più singolare della campagna, cioè il suo astenersi da qualsiasi forma di rappresentazione o allusione non verbale all'omosessualità. Una diversità che non deve importare,anzi che è addirittura meglio non mostrare né nominare.

Lo spot, fa notare Lady Soul su Cafedesignorants, ha come "attori principali" «volti spaventati, le sirene e i colori cupi». La situazione è quella di un soccorso d'emergenza: una ragaza (ferita? "malata"?) arriva in ospedale in ambulanza e viene rapidamente portata in sala operatoria (o in sala parto? è incinta?). Le strade sono deserte, oltre a quella donna e ai medici (tutti uomini) non c'è anima viva, da nessuna parte.

Vuol dire che nei momenti difficili (la ragazza sta attraversando un momento "difficile", perciò) l'orientamento sessuale delle persone che stanno attorno (così come il loro numero di scarpe, dice lo spot) non importa. Questo è quello che ha spiegato Mara Carfagna alla conferenza stampa di presentazione della campagna (senza le parentesi, ovviamente). Beh non capisco cosa c'entrino le situazioni difficili ma soprattutto non capisco perchè sostenere che le differenza non contino, quando in realtà a me personalmente se uno è omosessuale o no interessa eccome, quantomeno per provarci eventualmente. La negazione delle differenze è la negazione di quarant'anni di movimento lgbt e della cultura delle differenza che quel movimento rappresenta. Questo avrebbero dovuto dire - e chissà forse magari lo hanno detto ma invano - le associazioni che a detta del Ministro hanno dato il loro apporto alla campagna. Perchè questo aspetto rende la campagna politicamente inaccettabile.

Infine: la campagna pubblicitaria è un atto performativo, la sua efficacia dipende dal compimento di un'azione. L'acquisto di un prodotto per uno spot commerciale o una "buona pratica" per una pubblicità progresso, per fare due esempi. In questo caso lo spot chiede di RIFIUTARE l'omofobia. E la corda del rifiuto, è intuitivo, è proprio quella che l'omofobia stessa sollecita negli individui. Un messaggio di inclusione dell'omosessualità - e non di esclusione dell'omofobia come questo - si sarebbe dimostrato culturalmente più audace.

Omofobia, malattia, sirene, ospedale, rifiuto: sono queste in definitiva le parole chiave che ho rintracciato nella campagna del Ministero. E vi dirò che bastano a farmi sospettare che magari anche stavolta era meglio addirittura non far niente.

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